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Gli abruzzesi di Fante

il Centro
Cultura & Società
28 gennaio 1998

Marcos y Marcos pubblica un nuovo volume dello scrittore scomparso nel 1983
Sette racconti inediti per l'Italia nel libro "Il Dio di mio padre"
di Paolo Di Vincenzo

"Io vengo dagli Abruzzi, padre. Da Torcelli Peligna". Padre Ramponi si mostrò sorpreso. "Davvero? Beh, da dove mi sarà venuta l'idea che eravate di Firenze?". E' uno dei momenti topici del libro "Il Dio di mio padre", di John Fante. Torcelli Peligna, naturalmente, è Torricella Peligna, il paese da cui provenivano i genitori di Fante. Il libro, pubblicato da poco dalla Marcos y Marcos (pagine 125, lire 22 mila), contiene sette racconti inediti per l'Italia dell'autore della saga di Bandini che ha stuoli di ammiratori, da Charles Bukowski a Sandro Veronesi.

Il passaggio citato racconta l'incontro tra il padre del protagonista e il nuovo sacerdote della parrocchia di Santa Caterina a Boulder, Colorado. "Il Dio di mio padre", appunto, è il racconto che dà il titolo alla raccolta. I temi di John Fante sono spesso simili ma sempre affascinanti. Non è un caso che i suoi scritti sono amati dagli scrittori, e in generale da chi riesce ad apprezzare la buona scrittura.

Spesso autobiografici, spessissimo con ambientazioni che ricordano non solo il Colorado dove nacque nel 1909 ma anche l'Abruzzo montano dei suoi genitori, molte volte con espliciti riferimenti a Torricella Peligna, le pagine di Fante narrano di emigranti (non solo italiani), delle enormi difficoltà della loro vita, in particolare negli anni Trenta e Quaranta, dell'American dream, dei miti del baseball, della voglia di riscatto da una esistenza di lavoro durissimo e quasi sempre di miseria. Ma sempre, come scriveva di lui Charles Bukowski, "Fante scrive con le viscere e per le viscere, con il cuore e per il cuore".

Anche in questi sette brevi racconti della raccolta pubblicata da Marcos y Marcos "Suora non più", "Il Dio di mio padre", "Furfantello", "Primavera", "Un gioco solo per l'Oscar", "Il sognatore", "Helen, la tua bellezza è per me" sono i titoli di pagine intense pur nella loro brevità.

I primi tre sono in qualche modo legati, il rapporto con il padre (anche in questo un elemento autobiografico) viene messo in evidenza come pure in "Primavera", che sembra una preparazione a "Un anno terribile" (pubblicato postumo dopo la morte, 1983, dalla moglie di Fante, Joyce). Anche qui si racconta di un ragazzo che pensa di avere un grande futuro nel baseball e fugge dalla minuscola cittadina dove vive con il padre, muratore. "Un gioco solo per l'Oscar" è quasi epico, una metafora dello scontro tra le razze appena accennato (i genitori dei ragazzi italiani, jugoslavi, polacchi, tedeschi, cinesi e giapponesi che cercano di imporre loro di non giocare insieme, per i rispettivi pregiudizi) che poi si ricompone, la squadra di football, significativamente chiamata "All Americans" che diventa irresistibile. Gli ultimi due narrano della sventurata comunità filippina, con tanti tratti in comune con quella italiana e abruzzese. /div>

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