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La folle Italia raccontata da John Fanteil Centro
Cultura & Società 1 aprile 1999
Un libro di Fazi con le lettere del periodo dal 1957 al 1960
di Paolo Di Vincenzo
"Tesoro, qui è tutto una follia" è il titolo a effetto che la casa editrice Fazi ha dato alla raccolta di lettere dall'Europa (1957-1960) di John Fante (pagine 87, lire 12 mila). Lo scrittore di origine abruzzese racconta, in 42 lettere, principalmente indirizzate all'amata moglie Joyce, la "sua" Italia e Parigi. Fante abitò per lunghi periodi a Roma e Napoli.
La follia, nemmeno a dirlo, è riferita al modo di vivere degli italiani. Ma in questo non c'è, nonostante qualche passo comprensibilmente pesante per un "americano", un giudizio negativo sul suo Paese di origine. Anzi. Se, per esempio, in una lettera all'inizio della sua permanenza a Napoli scrive alla moglie che "le donne di Napoli sono dei maiali. Sono maiali grassi con dei vestiti sciatti, di solito neri, macchiati di salsa di pomodoro, urina, grasso, o dalla cacca di un bebè..." subito dopo aggiunge "Ma devo anche spiegare che sono meravigliose, ognuna ha il volto della madre di Dio e le mani contorte, incallite e tenere delle donne che hanno passato la vita a badare ai propri figli e ai propri uomini". Fante è in Italia, e a Parigi, per dei progetti cinematografici, anche con De Laurentiis. Scrive delle sceneggiature e racconta alla moglie cosa vede. Un elemento ricorrente è il timore per il traffico italiano, con tutte "quelle macchinette Fiat" che sfrecciano da ogni parte e pare si divertano a terrorizzare i pedoni. Ma Fante, che sa cos'è la povertà, il sacrificio e il lavoro durissimo, scrive pagine dolcissime e commoventi quando racconta della miseria dei bambini napoletani (un dramma che esiste ancor oggi, figurarsi a fine anni Cinquanta). O ancora si esalta davanti alla maestria gastronomica italiana. Nei ristoranti e nelle trattorie mangia benissimo, così scrive alla moglie, spendendo solo qualche dollaro: "la pasta è paradisiaca. Non so - dicono sia l'acqua - tu comunque non puoi immaginare quant'è buona". Da buon "americano" si preoccupa dei rossi: "Ci sono sei milioni di comunisti in Italia. L'intera industria del cinema, con piccole eccezioni, è dell'Intellighenzia rossa del tipo che prevaleva a Hollywood (...) Ovviamente tutti i finocchi sono rossi". Solo qualche cenno al suo Abruzzo, ma sono tutti più che positivi. "...Roma città di ladri", ma "in provincia" è diverso, "Mi dicono che gli abruzzesi sono gente molto per bene". La terra del padre, però, non la visita. Forse, come spiega Baldo Fiorentino a cui concesse nell'agosto 1957 un'intervista per il "Roma" di Napoli (riportata in appendice), per "pudore, forse per il timore di trovare una realtà banale, una Torcello la Peligna (sic) che non somigli al paese che conosce disegnato con pochi scorci dalla nostalgia di suo padre e dalla sua immaginazione". |
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