
Parlare della propria famiglia, pur con qualche libertà letteraria, è un marchio di fabbrica dei Fante. Così dopo le stupende pagine dello scrittore italo americano John Fante in cui si parla spesso del padre (abruzzese di Torricella Peligna), dei fratelli e poi dei figli (basti pensare all'irresistibile "Il mio cane stupido", contenuto in "A ovest di Roma", Fazi editore), arriva ora in libreria l'opera prima di Dan Fante, figlio di John.
Dan, che scrive commedie e - si legge nella quarta di copertina - si dedica all'assistenza di persone recluse, ha pubblicato in Italia "Angeli a pezzi" (Marcos y Marcos, pagine 212, 23 mila lire). E' un libro bello, forte, dal linguaggio esplicito a volte anche troppo crudo, che ricorda enormemente i lavori dell'altro Fante quello (finalmente) famoso. Dan racconta un momento cruciale della sua vita, e di quella di ogni uomo: la morte del padre. Il richiamo a John, dunque, è obbligatorio.
Ma leggendo "Angeli a pezzi" l'agonia del padre (morto nel 1983, ormai cieco e senza gambe per l'amputazione conseguente a una gravissima forma di diabete) viene sovrapposta a quella di Rocco, il bull-terrier del padre (anche il cane ha la sua parte di notorietà tra i lettori fantiani) e al difficile, lento, altalenante percorso di uscita dal demone dell'alcolismo da parte del protagonista.
Se Fante senior nascondeva (si fa per dire) il nome della propria famiglia con Molise (chissà perché non Abruzzo) o Bandini, Dan Fante diventa Bruno Dante mentre il nome del padre rimane quasi invariato: Jonathan.
Quello che emerge è una eccellente qualità di scrittura e una straordinaria facilità di tenere il lettore incollato alla pagina. Una qualità evidentemente impressa indelebilmente nel DNA familiare.
La vicenda parte in un dicembre non definito quando Bruno Dante, appena dimesso dal reparto "alcolizzati e malati di mente dell'ospedale San Giuseppe di Cupertino" parte in aereo per andare a Los Angeles, al capezzale del padre che sta morendo.
Un viaggio, quindi (topos di tanta letteratura americana), attraverso gli States ma che è solo l'inizio di un viaggio ben più difficile per il protagonista: all'interno dei propri ricordi, degli affetti, delle proprie follie causate dall'uso incontrollato dell'alcol. "Mettemmo i bagagli nella Ford e puntammo a nord verso Malibù", scrive Dan Fante, "Seppi da Fab che le condizioni di papà non erano cambiate. I reni non funzionavano più e i medici dicevano che sarebbe morto nel giro di un giorno o due. (...) Rammentai le fotografie di com'era la casa di mio padre trent'anni prima. Una grande casa a forma di Y, stile ranch, isolata su una scogliera ventosa, otto miglia dopo la Malibu Colony".
Chi ha letto l'opera di Fante (a partire proprio da "Il mio cane stupido", racconto di cui John Turturro e Peter Falk - il primo come regista, il secondo come protagonista - dovrebbero presto girare un film) si trova a proprio agio, quasi a casa. Riconosce l'accogliente villa a forma di Y di Malibù, i cani di John Fante, la famiglia divisa, l'ossessione della scrittura, l'odiata ma remuneratissima attività di sceneggiatore di Hollywood.
Chi non conosce Fante senior può gustare comunque questo bel libro: le peripezie di Bruno Dante alle prese con Jack (il whisky), con una giovanissima prostituta che per un po' di pagine l'accompagna nella sua vita scombinatissima, con il suo tentativo di uscire dal giogo dell'alcol, l'odio-amore per il padre.