Una luce particolare negli occhi, il sorriso stampato in faccia e l'immancabile sigaro in bocca. Dan Fante dimostrava la sua gioia di essere finalmente a Torricella Peligna in ogni sua azione e pur non parlando una parola di italiano era chiaro a tutti, ieri mattina, che era felice di essere nel paese del nonno Nick, a cui tante volte il padre John fa riferimento nei suoi libri. Dan Fante è stato in Abruzzo per presentare il suo libro ma soprattutto per vedere Torricella.
Una faccia da ragazzino impertinente, curioso, vispo, nonostante i suoi 50 anni passati e una vita non proprio esemplare. Pantalone mimetico, camicia di cotone, scarpe da tennis blu e capriccioso orecchino infilato nella narice sinistra. Dan Fante, con molta cortesia, quasi con affetto, ha risposto alle domande del Centro nell'intervista che segue.
D. Come mai i Fante parlano sempre della loro famiglia nei loro libri?
R. «E' un po' la nostra caratteristica. Quella di mio padre e anche la mia».
D. Il suo libro "Angeli a pezzi" (Marcos y Marcos editore) è tutto autobiografico. Anche quando racconta dei problemi del protagonista con l'alcol?
R. «E' una fiction autobiografica perché riassume 15 anni di storia in tre settimane. Quindi ci sono alcuni fatti della mia vita concentrati nella storia del libro».
D. Lei, per la prima volta in Italia, ha subito voluto vedere questa regione mentre suo padre che stette per due volte e per lunghi periodi nel Paese dei suoi genitori non venne mai a Torricella. Come mai?
R. «Mio padre è stato due volte in Italia ma per scrivere specificamente un film che doveva essere girato a Napoli e aveva delle scadenze precise. Da Hollywood lo pressavano molto per avere subito le sceneggiature, quindi non ha potuto lasciare Napoli o Roma per visitare i suoi luoghi d'origine».
D. E lei cosa ha sentito quando è arrivato in Abruzzo?
R. «E' un posto bellissimo e mi chiedo come potrebbe qualcuno andar via da qui. Il panorama è magnifico, le città sono piccole, la gente è molto simpatica. E' il posto più bello del mondo. Mio nonno fu pazzo a lasciare questo paese. Era pazzo prima di andar via da Torricella ed era pazzo anche dopo che ha lasciato l'Italia (ride convinto)».
D. Quanto si sente italiano e quanto abruzzese?
R. «Non so quanto mi sento italiano ma mi sento di appartenere a questo posto perché sento che è il posto di mio padre, di mio nonno, dei miei avi. Ho un grande legame con questo posto e sono venuto a visitarlo anche per mio padre che non lo ha mai potuto vedere», commenta commosso.
D. Nel libro "Tesoro, qui è tutto una follia" (Fazi editore) c'è una lettera di suo padre indirizzata a lei in cui si dice: «Roma è una città di ladri», ma in provincia è diverso, «mi dicono che gli abruzzesi sono persone molto per bene». Lei ricorda questa lettera?
R. (ride) «Sì, sì, io ho la lettera originale».
D. In questa lettera si parla anche del traffico italiano che è pazzesco, ed è stata scritta nel 1960. Lei ha visto il traffico italiano di oggi, che ne pensa?
R. «A Milano sono tutti matti, io ho guidato taxi per quattro anni a New York, ma lì, devo dire, non sono da meno, se non peggio».
D. Che tipo di padre era John Fante?
R. «Assente. Assente», risponde serio e con una punta di tristezza. «Non si vedeva molto. La mia fu una classica famiglia italiana: mia madre che cresceva i figli, mio padre che si vedeva solo alla sera tardi quando tornava a casa dal lavoro. Quando ci vedevamo giocavamo a baseball perché lui era un grande appassionato di baseball, Joe Di Maggio, ha presente?, era uno dei suoi idoli. Aveva un carattere vulcanico, per certi versi irascibile quindi certe volte era bene tenere le distanze. Però, quando poi sono cresciuto abbiamo parlato molto, soprattutto di letteratura. E quando lui morì, ero solo io nella stanza dell'ospedale e gli tenevo la mano».
D. Come ha raccontato nel suo libro "Angeli a pezzi".
R. «Sì, esattamente ma senza il cane» ride. (Nel libro Dan racconta che al momento della morte di John Fante nella stanza d'ospedale c'erano il figlio e l'amato cane, un bull-terrier di nome Rocco).
D. In "A ovest di Roma" (Fazi editore) si parla di Denny che vuole diventare scrittore e che vuole evitare il militare. E' vero questo episodio?
R. «No, non è tutto vero quello che c'è scritto. E' vero che però ho fatto l'obiezione di coscienza per non andare in Vietnam, in quella stupida guerra. Stupida guerra», ripete.
D. Quanto ha influito la scrittura di suo padre sulla sua?
R. «Molto, molto, ma non perché mi abbia insegnato a scrivere, perché non l'ha fatto. Mi ha trasmesso attraverso le sue pagine, come scrivere, l'idea della semplicità e poi la grande considerazione che aveva per gli scrittori. Per mio padre essere scrittore era come essere un prete, cioè la massima aspirazione per una persona e parlavamo spesso di autori come Hemingway, Fitzgerald...»
D. Qual è secondo lei il miglior libro di suo padre?
R. «Dal punto di vista letterario "Un anno terribile", però come contenuti - e che anche a me ha dato maggior ispirazione - "Ask the dust" (Chiedi alla polvere)».