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L'odissea terrena di John Fante

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Cultura & Società
25 ottobre 2001

Letteratura e cinema tra grandi entusiasmi e cocenti delusioni di un autore sfruttato da Hollywood
Un libro sulla vita dello scrittore di origini abruzzesi
di Paolo Di Vincenzo

Una vita piena, quella di John Fante. Sullo scrittore americano, di origini abruzzesi, arriva finalmente in libreria (a due anni di distanza dall'originale statunitense) la versione italiana della biografia di Stephen Cooper, appunto "Una vita piena" (Marcos y Marcos, pagine 384, 35 mila lire) che prende il titolo dal maggior successo letterario e cinematografico, "Full of life". Fante - scomparso nel 1983 a 74 anni - lavorò a lungo come sceneggiatore a Hollywood e scrisse libri bellissimi, solo oggi riscoperti da pubblico e critica.

L'Odissea di un wop, per usare il titolo di un racconto di John Fante, paradossalmente, inizia con una contraddizione perché i Fante non erano dei wop. Con wop, without papers, si intendevano gli immigrati senza documenti, in particolare gli italiani. Nick Fante, era arrivato negli States da Torricella Peligna, (il piccolo paese arroccato sulla montagna in provincia di Chieti), alla dogana di Ellis Island (il 6 dicembre 1901) con un passaporto. Nick Fante, muratore violento, dongiovanni, spendaccione e spesso ubriaco, era il padre di John Thomas Fante, il grande protagonista di questa biografia.

Fame, freddo e pregiudizi
Il Colorado degli inizi del secolo, dove Nick Fante si era diretto dopo lo sbarco a New York, non era certo un luogo in cui gli italiani erano bene accetti. Nick visse tra Boulder e Denver, dove l'8 aprile 1909 (esattamente nove mesi e nove giorni dopo le nozze con Mary Capolungo) nacque John. Il Colorado, per un muratore, però non era il luogo ideale. I lunghi inverni con tanta neve imponevano periodi di inattività forzata. La famiglia tornò di nuovo a Boulder (nel 1915), con scarsi miglioramenti per le finanze, ma almeno si allontanò da Denver dove il Ku Klux Klan era molto attivo.

La strada per Los Angeles
Nel 1930 John abbandonò Boulder, il freddo, un futuro da muratore (alle precarie dipendenze del bizzoso padre) per andare incontro al sole della California e alla fortuna come scrittore. Le cose non andarono esattamente come avrebbe voluto (non vanno quasi mai così) ma di sicuro andò meglio che al padre. Iniziò un'altra odissea, quella fatta di lavori precari, da cameriere, da operaio ma, soprattutto, di scrittura, di fogli, di racconti, di lettere invocanti una pubblicazione, di cortesi ma ferme risposte di rifiuto, di ricerche d'aiuto fino a che un racconto, "Chierichetto", spedita a H.L. Mencken, direttore della rivista "The American Mercury", ottenne risposta. "Caro Fante: cos'ha contro la macchina per scrivere? Batta questo manoscritto e lo acquisterò con piacere". "Chierichetto" venne pubblicato sul numero di agosto 1932, Fante aveva 23 anni. A Los Angeles conobbe presto quelli che sarebbero divenuti gli amici di tutta una vita: l'avvocato, scrittore e giornalista Carey McWilliams, il capo dipartimento sceneggiature della Metro-Goldwyn-Meyer, Ross Wills, e un paesano, Jo Pagano, "buoni amici, cattive compagnie" li definì Fante.

Le sirene di Hollywood
Il lavoro di sceneggiatore fu odiato per tutta la vita da John Fante, ma fu quello che gli permise il sostentamento, all'inizio, e poi una ottima posizione sociale per tutti gli anni '50, '60 e '70. Nel 1934 ebbe il primo contratto, con la Warner Bros, per il film "Dinky". Nel frattempo continuava a scrivere pensando ai romanzi. Ed è proprio in questo periodo che appare per la prima volta un progetto su una storia intitolata Bandini. Il 30 gennaio 1937 conobbe una giovane poetessa, Joyce Smart, appartenente a una ricca famiglia. La madre di lei, di origine tedesca, non sopportava quel giovane "dall'aspetto così...italiano". L'odio della madre ebbe l'effetto opposto sulla figlia. John e Joyce il 31 luglio si sposano in segreto a Reno, Nevada. Fante continua a scrivere: "La strada per Los Angeles", "Pater doloroso", "Aspetta primavera Bandini" e arrivano le prime pubblicazioni (e i primi soldi) anche dai romanzi. "Aspetta primavera" venne edito da Stackpole nell'ottobre 1938 e fu un successo, con ottime recensioni. "Chiedi alla polvere" arrivò l'anno dopo. Nel 1940, per la Viking press di New York, venne stampato "Dago red" con i critici entusiasti. Time definì il libro "forse la migliore raccolta dell'anno". Nel 1941, però, le sirene di Hollywood riprendono a cantare e John torna a bazzicare gli studios e incontra Orson Welles per il quale scrive due adattamenti per un progetto, "It's all true", sulla vita negli States e in Sud America. Una è la presunta storia dei suoi genitori. Un'altra riguarda la vicenda di un ragazzo messicano e del suo toro.

Figli, cattolicesimo e Full of life
Il 31 gennaio 1942 (cinque anni dopo il loro primo incontro) nasce il primo figlio di Joyce e John: gli verrà dato il nome di Nicholas Joseph. Il 19 febbraio 1944 arriva il secondogenito, Daniel. Le condizioni economiche della famiglia, grazie ai non esaltanti ma remunerativi lavori a Hollywood, consentirono l'acquisto di una casa più grande che si rivelò, però, infestata dalle termiti. Venne richiesto l'intervento del vecchio muratore Nick che sentenziò: fondamenta marce. Joyce, vera wasp (white, anglosaxon, protestant), cominciò ad avvicinarsi al cattolicesimo convincendo John a "tornare" alla sua religione. I Fante fecero il loro annuncio in una festa a casa di Carey McWilliams in cui, tra gli invitati, c'era il candidato alla carica di governatore della California, un certo Bob Kennedy. Nel 1946 nacque la terza figlia, Victoria Mary ma quando nel 1950 Joyce scoprì di essere di nuovo incinta John non la prese bene. Un brutto periodo per la coppia. Ma da questa pessima situazione familiare scaturì un romanzo, "Full of life" (1952), che si rivelò il più grande successo di Fante. La vicenda, molto autobiografica come gran parte della produzione dello scrittore di origini abruzzesi, racconta dell'arrivo di un figlio, di una moglie che si converte al cattolicesimo, di una casa invasa dalle termiti e di un padre muratore rompiscatole. Qualche anno dopo "Full of life" diventò un film di grande successo, con Judy Hollyday, Richard Conte, Salvatore Baccaloni e la regia di Richard Quine.

Il giallo dell'Oscar
Nel 1956 "Fante, in smoking", scrive Cooper, "accompagnava Joyce alla Rko Pantages Theater di Hollywood per l'anunale cerimonia della consegna degli Oscar. I loro posti erano accanto a Mike Todd, produttore del "Giro del mondo in 80 giorni" e della sua nuova moglie, Liz Taylor". Tra gli sceneggiatori candidati c'era Jean Paul Sartre ma l'Oscar venne assegnato a un certo Robert Rich per il film "La più grande corrida". "Quando Deborah Kerr chiamò Robert Rich, Fante era curioso di vedere chi sarebbe salito sul palco a ritirare il premio". Ma non salì nessuno. E Fante si convinse che in realtà quel film aveva preso la sceneggiatura del suo progetto (mai realizzato) per Orson Welles, "My friend Bonito".

L'Italia, finalmente
Nel 1957 passò un'estate a Napoli per lavorare, ancora con Richard Quine, a una sceneggiatura che prevedeva come protagonista Jack Lemmon. Fante, scrive ancora Cooper, "trovò gli italiani "civili, sofisticati, generosi, gentili, educati, gentiluomini ed estremamente coraggiosi". Detestava soltanto i ricchi". Nel 1960 tornò in Italia, a Roma e a Napoli, dove, su incarico di Dino De Laurentiis, lavorò ad alcune sceneggiature (una delle quali realizzata nel film "Il re di Poggioreale" con la regia dell'abruzzese Duilio Coletti e con Ernest Borgnine nei panni del protagonista). In quell'occasione Fante fece un viaggio fino a Torricella Peligna, per vedere il paese da cui Nick era partito alla volta degli States. Ma rimase deluso dalle condizioni del paese, non scese nemmeno dall'auto e tornò indietro.

Successo e declino
Tutti gli anni Sessanta furono un successo economico per Fante. Grazie a "Full of life" diventò un beniamino delle associazioni cattoliche e i suoi impegni per Hollywood continuavano a fornirgli molto denaro. Lavorò, tra gli altri, a "Maya", che nel 1966 ebbe un'entusiastica accoglienza. Tanti altri, però, erano i progetti che nonostante fruttassero molto denaro non venivano realizzati. Scrisse anche molti lavori per la televisione. Soldi, insomma, ma poche soddisfazioni. Nel frattempo continuava a scrivere libri, "Un anno terribile", "My dog stupid" (che per una traduzione cinematografica aveva incontrato l'interesse di Peter Sellers) ma in vita riuscì a vedere la pubblicazione solo di "La confraternita del Chianti" (1977) e "Sogni di Bunker Hill" (1982). Intanto il diabete, diagnosticato nel 1955 e alquanto ignorato da Fante, andava avanti inesorabilmente.

Il clan Coppola
Per tutti gli anni Settanta, tramite il giovane sceneggiatore Robert Towne (autore del "Chinatown" di Polanski) ci furono contatti continui con Francis Ford Coppola, interessato a "La confraternita del Chianti" per un film in cui il protagonista doveva essere Robert De Niro. Nel 1977 Coppola, in una pausa delle riprese di "Apocalipse now", organizzò una festa per John Fante a casa sua. Alla cena partecipò anche Martin Sheen (protagonista di "Apocalipse") e venne proiettato "Full of life". Ma nonostante i contatti del progetto non se ne fece nulla.

Bukowski, la riscoperta e la fine
Charles Bukowski adorava Fante e lo citò in "Donne". La sua casa editrice, Black Sparrow press, gli chiese se esisteva e chi mai fosse quel Fante. Bukowski spiegò e diffuse il suo amore per "Chiedi alla polvere". "Dopo essere stato completamente ignorato per più di 40 anni", scrive Cooper, "Arturo Bandini aveva ora una seconda possibilità". Parte nel 1980 la riscoperta di Fante, ma il diabete lo aveva consumato, la sua vita finirà tre anni più tardi, cieco e senza gambe, a 74 anni. Una vita piena.

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