"Figli - bah, borbottò. Odiano il loro padre.... Si vergognano della propria carne e del proprio sangue.... Meglio morire. Ti seppelliscono. Ti dimenticano...". E' un passo di "Full of life", il romanzo che diede a John Fante le maggiori soddisfazioni (diventò anche un film di discreto successo). Lo scrittore fa parlare così il padre del protagonista di "Full of life" (che è ispirato al proprio padre). Ma per lui non è accaduto, non è stato dimenticato, affatto. Proprio un 8 maggio di venti anni fa John Fante morì, cieco e senza gambe per l'avanzare implacabile del diabete. Ma l'Italia lo ricorda e lo celebra con la pubblicazione di un Meridiano Mondadori (1.768 pagine, 49 euro). Il Centro, che - nella recente riscoperta - è stato tra i primi giornali italiani a mettere in luce le opere di questo figlio d'Abruzzo intende rendergli onore con una intervista a Francesco Durante (profondo conoscitore dell'opera fantiana di cui ha tradotto diversi titoli e oggi curatore del Meridiano Mondadori), e con un piccolo racconto, in esclusiva, del figlio Dan, anch'egli scrittore. Dan ha impostato la storia del suo primo romanzo ("Angeli a pezzi", Marcos y Marcos) proprio sulla scomparsa del padre.
Ha trovato difficoltà, ostacoli, per la realizzazione del Meridiano su John Fante?
"No, difficoltà non ce ne sono state", spiega Francesco Durante al telefono, "La Mondadori a un certo punto ha deciso di fare un Meridiano su Fante. Anzi, diciamo meglio che il mercato ha deciso che era il momento di fare un Meridiano sull'autore di "Chiedi alla polvere". Fante era un autore di nicchia, ma negli ultimi anni ha raggiunto, grazie ai volumi pubblicati dai suoi due editori italiani, Marcos y Marcos e Fazi, un pubblico consistente vendendo qualche decina di migliaia di copie. Vuole dire che ha una sua schiera di ammiratori a cominciare dai cantanti, da Francesco De Gregori a Piero Pelù, da Vinicio Capossela a Luciano Ligabue. Anche Vergassola, il cabarettista di La Spezia, durante una puntata di "Bulldozer", qualche sera fa, ha fatto un riferimento a Bandini. Se in una trasmissione televisiva si fa un cenno a un personaggio di un autore vuol dire che lo scrittore è "entrato" nella cultura di un Paese. E ormai di Fante si stanno accorgendo concretamente anche negli Stati Uniti, in particolare dopo la biografia di Stephen Cooper (pubblicata in Italia da Marcos y Marcos, ndr)".
Su cosa ha basato la sua introduzione al Meridiano?
"La mia prefazione l'ho intitolata Uno dei Big Boys, ricordando il passo di "Chiedi alla polvere", in cui il protagonista dice ai grandi autori della biblioteca di stringersi un po' per fargli spazio sugli scaffali, per fare spazio a Bandini. E lui quello spazio l'ha ottenuto. Fante è diventato uno dei grandi, da inserire in raccolte importanti. C'è una grossa antologia su Los Angeles in cui, finalmente, si sono accorti che "Chiedi alla polvere" è uno dei grandi libri scritti su Los Angeles".
Faceva riferimento ai musicisti italiani che lo apprezzano e che fanno un po' da testimonial di Fante nel mondo giovanile. Quanto hanno influito sulla sua fama?
"All'inizio, è normale, la nicchia è sempre un po' elitaria. Tanti anni fa furono Vittorini, Cecchi, Luigi Berti, gli uomini che lavoravano con Longanesi. Il guaio è che Fante non era un autore che faceva un libro all'anno. Dopo "Dago red" (1940) ha smesso per più di 10 anni. E poi tra "Dago red" e "Full of life" (1952) c'è anche una guerra e lui viene dimenticato. E dopo "Full of life" passano altri anni. Probabilmente se lui avesse continuato a pubblicare un libro all'anno magari sarebbe stato diverso. Ma poi chissà, se avesse pubblicato un libro all'anno magari non avrebbe pubblicato quei grandi libri. Non a caso dopo un estimatore come Vittorini ci sono Tondelli e gli altri, Fante è uno scrittore che piace agli scrittori".
Uno stile semplice che piace a tutti, una semplicità niente affatto semplice da realizzare.
"Lavorando negli ultimi mesi su questo Meridiano ho visto, però, che lui era consapevole di questa sua scrittura. Nelle lettere a Carey McWilliams lui scrive della sua come la miglior prosa della California. Lo dice con ironia ma anche perché in fondo ne è convinto. La qualità di Fante si misura anche dal fatto che lui è stato estremamente esigente con se stesso. E ciò è dimostrato anche dalla quantità di progetti iniziati e mai portati a termine. Proprio perché era eccessivamente critico anche con se stesso".
Come mai un grande scrittore come lui poi ha prodotto delle sceneggiature che non sono riuscite a emergere?
"Mah, lui il cinema l'ha sempre fatto solo per i soldi. In una sola occasione, ha ottenuto riconoscimento e successo, e non a caso fu proprio per un film tratto da un suo libro: "Full of life". Tutto il resto del cinema, per lui era lavoro. Lui, in fondo, era un cottimista. Stava sei mesi negli studi della Mgm, e faceva delle sceneggiature un po' di serie B. Ma solo perché lui ha voluto interpretare il lavoro nel cinema in questo modo: solo un mezzo per guadagnare bene. E' anche vero che i grandi scrittori con il cinema hanno questo rapporto e, d'altro canto, i grandi sceneggiatori di solito non sono grandi scrittori".
Quanto, secondo lei, ancora si deve fare per rendere a Fante quello che merita?
"La nostra prospettiva italiana è diversa. In America credo che manchi ancora molto, ci vorrà ancora un bel po' affinché lo si riconosca come quel grande scrittore che lui è stato. Perché? Ma penso perché la sua origine lo limiti, la tentazione della letteratura americana è quella di chiuderlo nel recinto "etnico". Secondo me non si capisce Fante se non si capisce la sua italoamericanità. Anche la sua materia era prevalentemente italoamericana. Ma d'altronde cos'altro è la cultura americana se non questa mistura di culture? La Francia è probabilmente il Paese che l'ha più onorato. Lì i suoi libri hanno venduto tre milioni di copie. Da noi, in Italia, credo che siamo al punto giusto di conoscenza e di riconoscenza nei suoi confronti. Tra l'altro il Meridiano arriva nel momento in cui è forte la ripresa degli studi sull'emigrazione. Poi si sa che Fante non è un frutto isolato ed è la parte emersa di un iceberg di un universo letterario più grande. Credo che gli studi sugli scrittori italoamericani porteranno a un maggiore apprezzamento verso altri autori, penso a Pietro Di Donato, per esempio. E poi ci sono tanti altri che andranno non solo riscoperti ma scoperti, tra gli altri, Garibaldi Lapolla, un lucano, nato in Basilicata, a Rapolla, portato in America quando aveva 4 anni".
Ormai di Fante è stato pubblicato tutto, o manca ancora qualcosa?
"Beh, intanto c'è il famoso, direi famigerato, libro sui Filippini di cui Marcos ha pubblicato qualche capitolo (con il titolo "I piccoli fratelli", ndr). Il libro c'è, anche se non è completo, ci sono oltre cento pagine. Finora la moglie Joyce si oppone alla pubblicazione perché lo trova un po' sconcio, irriverente. Io ho parlato con Cooper che invece mi ha detto che è bellissimo. Poi ci manca, finora, un libro per bambini scritto a quattro mani con Rudolph Borchert, "Bravo Burro!", pubblicato nel 1970 e penso che prima o poi uscirà. Volendo, infine, ci sarebbero tutte le sceneggiature da pubblicare".
Non si può non concludere con le tradizioni abruzzesi. Quanto hanno influito sulla scrittura di John Fante?
"Secondo me non c'è niente di abruzzese. Però c'è tutto. Mi spiego meglio: se andiamo a vedere il meglio della narrativa italoamericana è abruzzese, e aggiungerei, in questo contesto, Basilicata e Calabria, regioni di cui non si parla mai, regioni normalmente defilate. Non è un caso che i migliori scrittori italoamericani venivano da (o avevano le proprie origini in) regioni come queste, con gente molto riservata ma molto fiera. Sono le zone dell'Italia che avevano di più da raccontare essendo le aree più antiche in opposizione alla modernità americana. Era lecito, dunque, aspettarsi una reattività più forte. Non a caso, sottolineo, non ci sono grandi scrittori italoamericani di Napoli o di Bari, e invece di Introdacqua ce ne sono due! Ecco allora per ricongiungermi al paradosso iniziale credo che da questo punto di vista Fante sia molto abruzzese. Però se uno va a trovare le sue origini da un punto di vista filologico penso ci sia poco. E poi l'Abruzzo importante è quello che uno si porta nel cuore ed è quello che Fante aveva sicuramente".